201803.02
0

Credere alle donne è l’unico strumento efficace contro la violenza

INTERVISTA DELL’AVV. TERESA MANENTE AL TG2 DEL 1 MARZO 2018, MINUTO 16

La violenza contro le donne è costituita da un continuum di attacchi all’integrità psicofisica che progressivamente si aggrava partendo da atti di denigrazione e umiliazione, isolamento, privazioni economiche, controllo, fino a ricomprendere violenza fisica e sessuale. 

Può integrare vari reati e nei casi più gravi anche il delitto di riduzione in schiavitù, come ribadito dalla Corte di assise di Firenze il 27 febbraio 2018 in un caso patrocinato dall’avv. Teresa Manente insieme all’avv. Marta Cigna, che hanno difeso una giovane donna, sostenuta dall’associazione Differenza Donna, uscita da una situazione di violenza domestica tale da farla vivere in stato di asservimento. La battaglia per questa donna non è finita, poiché i suoi figli le sono stati sottratti e portati all’estero.

Ascoltare e credere alle madri per proteggere i bambini esposti alla violenza di genere è il fulcro della pratica dei centri antiviolenza.

Dai dati raccolti dai centri antiviolenza gestiti a Roma dall’ass. Differenza Donna a partire del 1992 emerge che nel 46 % dei casi di violenza domestica i bambini sono testimoni dei  maltrattamenti fisici e/o psicologici commessi dal padre nei confronti della madre durante la convivenza e anche dopo la separazione dei genitori.

Perché Nel 60 % dei casi il partner maltrattante  tende a continuare ad esercitare controllo e potere sulla vita delle donne attraverso i figli. 

Ad esempio, col pretesto di dover esercitare la responsabilità genitoriale condivisa, perseguitano la donna attraverso telefonate  fino a quaranta volte al giorno per sapere come e dove sta  con i figli e che cosa stanno facendo.

I figli minori, molto spesso, diventano il pretesto per compiere atti vendicativi nei confronti della donna che ha deciso di chiudere la relazione ribellandosi al suo volere. 

A volte i bambini che hanno assistito alla violenza commessa nei confronti delle madri hanno paura del padre, rifiutano di incontrarlo e chiedono espressamente alle madri di proteggerli.

In queste situazioni il nostro ordinamento prevede vari strumenti giuridici che le madri possono attivare per difendere sé stesse e i bambini dalla violenza dell’ex partner, padre dei propri figli.

Innanzitutto, richiamo il quadro tracciato dagli atti internazionali vincolanti per l’Italia in particolare le Convenzioni europee ratificate dall’Italia (Istanbul e Lanzarote) che nello specifico obbligano gli Stati ad adottare misure idonee a proteggere e sostenere i minori vittime e testimoni di ogni forma di violenza.

Ciò vuol dire che le norme previste dal nostro ordinamento devono essere applicate in linea con queste direttive internazionali- europee.

Ma vediamo quali sono gli istituti giuridici che possono essere utilizzati a tutela dei bambini testimoni della violenza del padre contro la madre.

 In sintesi il nostro ordinamento prevede:

In sede civile 

l’ordine di allontanamento del padre e  la sospensione delle visite genitoriali 

– l’affidamento esclusivo con visite paterne regolamentate, anche in ambito protetto 

Dinanzi al Tribunale per i minorenni possono essere richiesti provvedimenti limitativi della capacità genitoriale come la sospensione ovvero la decadenza della responsabilità genitoriale.

Per quanto riguarda l’ambito penale, ricordo che l’esposizione dei bambini alle violenze nei confronti della madre costituisce oggi un’aggravante della condotta maltrattante nei confronti della donna (art. 61 co. 11 quinquies c.p.).

Per la giurisprudenza la violenza assistita integra anche una forma di maltrattamento diretto nei confronti dei minori punito dall’articolo 572 del codice penale perché, riprendendo le parole dei giudici della corte di cassazione “ lo stato di sofferenza e di umiliazione delle vittime può derivare anche solo da un clima generalmente instaurato all’interno della famiglia in conseguenza di atti di sopraffazione (cfr. Cass. Pen., Sez. 5, Sentenza n. 41142 del 2010).

Le azioni persecutorie commesse nei confronti dei minori fanno scattare la procedibilità d’ufficio anche per il delitto previsto dall’art. 612 bis c.p.

Sempre in ambito penale, è possibile richiedere l’applicazione di misure cautelari specifiche quali l’ordine di allontanamento o il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla p.o. o dai suoi prossimi congiunti (artt. 282 bis e 282 ter c.p.p.). 

La legge 119/2013 prevede l’obbligo della comunicazione di procedimenti penali per maltrattamenti e atti persecutori commessi a danno o in presenza di minori da parte della procura ordinaria al Tribunale per i minorenni per la valutazione del pregiudizio psicofisico subito dai minori ai fini dell’adozione di provvedimenti in materia di responsabilità genitoriale (sospensione, decadenza) e di affidamento esclusivo in deroga alla regola dell’affidamento condiviso.

(agli articoli 155 e seguenti (ora artt 337 bis e seg c.c.), nonché 330 e 333 del codice civile)

In sintesi questi sono gli istituti giuridici disponibili nel nostro ordinamento che in astratto sono idonei a tutelare i diritti dei minori esposti alle violenze del padre nei confronti della madre.

Eppure, nella pratica, la risposta delle autorità troppo spesso non è adeguata perché di fatto prevalgono pregiudizi e stereotipi contro le donne.

Innanzi tutto LE DONNE NON SONO CREDUTE

Non si crede alle loro storie, alle loro paure, al terrore di essere schiacciate e anche uccise. Si tende a sottovalutare la violenza del partner o ex partner.

Sebbene in sede internazionale la violenza maschile nelle relazioni intime è riconosciuta come grave violazione dei diritti umani, ancora oggi di fatto si mistifica la violenza del partner leggendola come un “conflitto coniugale” o una lite in famiglia,( verbali  di intervento delle forze dell’ordine,  dove si legge Intervenuti per lite in famiglia “ la donna riporta 20 g di prognosi) si minimizza o addirittura si nega la violenza  sollevando l’uomo dalla responsabilità della sua condotta illecita.

In sede civile 

  1. 1. in tutto il territorio nazionale quasi sempre i giudici e i servizi sociali invitano le coppie alla mediazione familiare anche in presenza di maltrattamenti fisici e/o psicologici riferiti dalle donne.

Si ignora che le pratiche conciliative e di mediazione presuppongono una situazione di parità che è esclusa nella situazione di violenza caratterizzata dalla sopraffazione di una persona sull’altra. (ricordo che in tali casi la mediazione è espressamente vietata dall’ art.48 Convenzione di Istanbul ).

  1. 2. inoltre, per decidere sull’affidamento dei figli, i giudici , utilizzano la prassi di nominare Consulenti tecnici a cui sottopongono  quesiti standard ed indifferenziati che non tengono conto della situazione di violenza riferita dalla donna. Molte volte si richiede di esprimere una valutazione sull’idoneità genitoriale di entrambi i genitori senza tener conto della situazione di vulnerabilità in cui si trova la donna a causa dei maltrattamenti subiti. Quasi sempre Si tratta di consulenti non  specializzati in materia di violenza di genere.  

Tutto questo è in palese violazione dell’art. 31 della Convenzione di Istanbul, che impone di prendere in dovuta considerazione gli episodi di violenza vissuti dai figli minori “al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli”.

In alcuni casi più gravi  si arriva persino a disporre l’affidamento dei figli al Servizio Sociale,. Tale prassi non solo è priva di fondamento giuridico,   e costituisce una pratica discriminatoria nei confronti delle donne, lesiva dei loro diritti inviolabili: sono donne maltrattate che vengono colpevolizzate dalle istituzioni perché a loro dire  non sanno gestire il conflitto coniugale. 

Come si legge nel caso  Carreno Gonzales c. Spagna, deciso dal Comitato CEDAW nel luglio del 2014, i servizi sociali agiscono troppo spesso con la finalità di recuperare le relazioni tra il padre e figli , minimizzando la situazione della madre e del figlio come vittime di violenza, ponendole in una posizione di ulteriore vulnerabilità. 

Si privilegia quindi il recupero della figura paterna anche a prezzo della vita di donne e bambini.

In breve la storia di Angela Gonzales: una donna spagnola che ha ripetutamente denunciato l’ex compagno per violenze commesse nei suoi confronti in presenza della figlia.

La bambina aveva paura del padre e si rifiutava di incontrarlo, ma di ciò i servizi sociali non hanno tenuto conto e hanno sempre di più allargato la possibilità di visita paterna. La figlia di Angela Gonzales è stata uccisa dal padre durante una visita stabilita dai servizi sociali.

Oltre al caso di Angela Gonzales, ricordo anche il caso di Jessica Lenahan deciso dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo in cui è stata ravvisata la responsabilità degli Stati Uniti per non aver protetto la vita delle sue tre bambine, uccise dal padre pur in presenza di un ordine di allontanamento e per non aver adeguatamente investigato sulle omissioni delle autorità che hanno esposto le figlie alla violenza paterna.

L’uccisione dei bambini da parte del padre violento nei casi appena menzionati è avvenuta in ordinamenti dotati di strumenti giuridici idonei a garantire i diritti dei bambini …. MA COME SAPPIAMO LE LEGGI NON BASTANO:

La peculiarità e la gravità della violenza assistita richiedono una specifica formazione e sensibilità culturale al problema della violenza di genere

Occorre un intervento coordinato e specializzato di tutti gli operatori e i soggetti istituzionali coinvolti al fine di garantire un’azione di protezione e prevenzione tempestiva ed efficace. 

Come si legge nel caso Gonzales, tutti GLI OPERATORI coinvolti sono tenuti a rispettare l’obbligo di dovuta diligenza che grava sullo Stato, in ragione delle convenzioni internazionali sottoscritte per la tutela dei minori. 

L’obbligo di dovuta diligenza include anche l’accertamento delle omissioni e negligenze delle autorità che hanno lasciato le vittime prive di protezione.